Il nucleo antico di Vieste occupa un promontorio fortemente inclinato e per secoli è cresciuto entro il limite della cinta muraria. Le abitazioni hanno dovuto adattarsi a quote differenti, lotti minuti, fronti stretti e a una progressiva necessità di ricavare nuovo spazio. Quando la casa cresceva in altezza, il nuovo piano doveva essere raggiunto; collocare la scala all’interno avrebbe sottratto superficie a vani già ridotti, mentre l’accesso esterno permetteva di raggiungere direttamente il livello superiore e, soprattutto, di mantenerne autonomo l’ingresso.
Il mugnále appartiene a questa economia dello spazio. Addossato al fronte e generalmente disposto lungo il vicolo, collega la strada alla quota superiore senza attraversare l’abitazione sottostante. Nel tessuto viestano questa soluzione si intreccia con la forma stessa dei lotti, spesso stretti e distesi tra due fronti. La possibilità di aprire accessi su quote o lati differenti favoriva un’organizzazione della casa per ingressi separati. Con l’aumento della pressione abitativa, soprattutto tra Sei e Settecento, divisioni, rialzi e accorpamenti modificarono ulteriormente questi organismi: ciò che poteva appartenere a un’unica casa veniva articolato in unità più autonome, e in alcuni casi la presenza di più scale su vicoli paralleli sembra conservare proprio la traccia di queste trasformazioni.
La successione di porte poste a livelli diversi, ancora leggibile su molti fronti, mostra quindi una casa che raramente può essere interpretata come un organismo rimasto immutato. Cresce, si divide, si ricompone e trova di volta in volta il modo di rendere accessibili le sue parti.
C’era però un limite altrettanto concreto: una scala esterna occupa spazio pubblico e i vicoli di Vieste ne avevano poco da concedere.
È qui che alcune geometrie apparentemente anomale acquistano senso. Le rampe sono ripide e compatte; in diversi casi l’ingombro è ridotto alla base e aumenta progressivamente verso l’alto. Guadagnare quota in poca lunghezza significava sottrarre meno spazio possibile al passaggio, mentre l’allargamento superiore consentiva di ottenere davanti alla porta un pianerottolo più comodo. Consideriamo che spesso questi lotti non avevano aperture nel mezzo, e fuori il pianerottolo esterno diventava un vero e proprio vano di servizio, dove per esempio poter svolgere delle piccole attività alla luce del sole. La scala, insomma, non occupava il vicolo più del necessario: ne seguiva la pendenza e ne accettava la misura.
Per questa capacità di guadagnare spazio in alto lasciandone di più libero in basso si può richiamare, soltanto come confronto costruttivo, il principio dell’encorbellement: non perché il mugnále viestano derivi dalle case a sporto francesi, ma perché risponde a una necessità analoga, utilizzare in modo controllato lo spazio sopra la strada quando quello disponibile a terra è scarso. Questo confronto va inteso solo come analogia di principio.
Molti mugnáli, naturalmente, non sono arrivati fino a noi nella loro configurazione più antica. Pedate, alzate e pianerottoli sono stati modificati, ampliati o regolarizzati. Proprio dalla ripetizione di queste scale nasce una parte importante del fascino dei vicoli: si rincorrono lungo le facciate, salgono in direzioni diverse, si intrecciano visivamente con porte, gradoni e pianerottoli, costruendo una profondità che dipende dalla sovrapposizione delle quote. È un’immagine che appartiene, con forme differenti, a molti centri del Mezzogiorno. Ogni luogo, però, risponde a modo proprio alla pendenza, alla forma dei lotti, ai materiali e alle trasformazioni dell’abitare.
Apparteneva alla casa, ma stava nella strada. Il pianerottolo precedeva una porta privata restando esposto alla vita del vicolo; le pedate e le grandi alzate potevano diventare luoghi di sosta. Le fotografie storiche mostrano adulti e bambini seduti davanti agli ingressi, la loro dimensione lo consentiva.
Per la stessa ragione anche le trasformazioni recenti meritano attenzione. Quando una scala viene ampliata oltre la sua impronta, quando il pianerottolo si dilata o viene chiuso da cancellate che separano accessi un tempo affacciati sullo stesso spazio, non cambia soltanto un dettaglio della facciata. Si modifica il rapporto tra la casa e il vicolo. Quella fascia intermedia, che non era completamente interna né semplicemente strada, viene ricondotta a un confine più rigido e spesso più privato. Il vicolo perde la sua dimensione.
Conservare un mugnále non significa allora immobilizzarlo. Significa comprenderne prima la logica: come raggiunge la quota, quanto occupa a terra, dove si allarga, quali ingressi serve e quale rapporto mantiene con il passaggio. Senza questa lettura si può perdere il sistema che le dava senso.
Nel centro storico le quote non fanno soltanto da sfondo alle case: ne hanno condizionato la crescita, gli accessi e il rapporto con la strada. Il mugnále è uno dei luoghi nei quali questa storia rimane ancora leggibile, perché per raggiungere una porta una scala privata doveva prima di tutto trovare il modo di stare dentro la città, negoziando tra spazio domestico e spazio urbano. Oggi siamo ancora capaci di progettare così, misurando lo spazio privato sulla necessità di non consumare quello comune? Direi proprio di no.

