A catalizzare l’attenzione in questi giorni è la cronaca che ha interessato i nostri maggiori rappresentanti politici locali.
Gli organi di informazione si sono fiondati sulla vicenda come mosche sul miele.
Indagini, macchinazioni, amori finiti, vendette presunte e intrighi, sono solo alcuni degli elementi che alimentano la curiosità morbosa dei più. Sembra la premessa drammatica di un romanzo di Victor Hugo.
Ma queste narrazioni sono solo la cronaca di una brutta pagina politica della nostra Città, forse la più brutta, che non nasce dalla fantasia di un letterato e affonda le radici in qualcosa che, forse, molti fanno fatica a focalizzare o peggio si rifiutano di farlo. Di seguito vi farò capire meglio cosa intendo.
Al momento il tutto è vissuto come uno scandalo. L’ombra di una gestione malsana della cosa pubblica e il rammarico per le ripercussioni nelle famiglie e nelle amicizie dei protagonisti, ferisce tutta la Città.
Al di là delle responsabilità individuali, che saranno accertate nelle sedi competenti. Il circo mediatico in atto, forte del paravento del diritto di informazione, non farà bene a nessuno.
L’auspicio è che la vicenda possa chiarirsi nel migliore dei modi per tutte le parti coinvolte.
Oggi, tuttavia, mi prendo la libertà di scrivere questo articolo per un motivo preciso, che non è quello di fare una predica, ma di stimolare una riflessione, perché troppo spesso, abbagliati dal sensazionalismo, non proviamo ad approfondire le dinamiche che ci trascinano in queste situazioni.
Nel merito giudiziario e alle domande più comuni, risponderà il tempo, mentre quello che oggi mi chiedo è: dov’eravamo noi?
Per anni abbiamo assistito a un modo di amministrare che molti giudicavano, per usare un eufemismo, “sopra le righe”, impermeabile alle critiche, privo di veri contrappesi, autoritario. Eppure, il dissenso, quando necessario, è rimasto debole, sporadico, isolato. Qualcuno per timore di esporsi, qualcuno per convenienza, qualcuno semplicemente per disinteresse.
La democrazia, però, non si ferma al voto. Vive di partecipazione quotidiana, di domande poste agli amministratori, di interesse verso la cosa pubblica, di esercizio dello spirito critico, anche quando è scomodo. Nel momento in cui tutto questo viene meno, il rischio è che il potere smetta di percepire limiti e controlli, seppur animato da buoni propositi. Una comunità sana richiede attenzione continua, partecipazione ai consigli comunali, interesse per gli atti pubblici, dibattito e critica all’occorrenza.
Quando nessuno controlla, anche amministratori inizialmente animati da buone intenzioni possono sviluppare
Non si tratta di attribuire ai cittadini le responsabilità che appartengono eventualmente ad altri. Si tratta piuttosto di riconoscere che ogni comunità contribuisce, nel bene e nel male, al clima civile e politico in cui vive. Le derive non nascono all’improvviso, crescono lentamente, favorite dall’indifferenza, dalla rassegnazione e dall’idea che controllare chi governa sia compito di qualcun altro.
Certo in molti piccoli contesti, come il nostro, esistono timori concreti, come il rischio di essere isolati, di perdere opportunità, di entrare in conflitto con persone influenti, questo è comprensibile. Ma quando una comunità rinuncia sistematicamente a esprimere dissenso per paura o convenienza, finisce per consegnare un potere quasi incontrastato a chi governa.
Non è una colpa, ma occorre capire che è una responsabilità civica.
Chi cerca il confronto, il dibattito non è che vuole ostacolare tutto o andare “contro”, ma fare domande, verificare, controllare. Quando manca qualunque forma di contraddittorio, il rischio di degenerazioni aumenta.
Le indagini non rappresentano l’inizio della vicenda, ma il suo epilogo. Non è il proseguo che ci deve far riflettere, ma quello che è accaduto negli anni precedenti.
Il progressivo affievolirsi dello spirito critico, l’abitudine a considerare normale ciò che normale non era, la rinuncia a esercitare quel controllo democratico che appartiene prima di tutto ai cittadini, sono solo alcuni degli aspetti che meritano di ragionarci sopra.
La lezione che dovremmo trarre da questa vicenda non è giudiziaria o politica o almeno non solo. È civica. Una comunità più vigile, più partecipe e meno intimorita rende più difficile ogni eventuale eccesso, qualunque s
Non importa tanto stabilire oggi chi abbia ragione o torto sul piano politico, né anticipare giudizi che spettano alla magistratura. Importa chiedersi come evitare che situazioni simili si ripetano.
Una comunità vigile rende più difficile l’arroganza del potere. Una comunità partecipe rende più difficile l’opacità. Una comunità che pone domande rende più difficile l’arbitrio.
Prendiamo atto di questo e le vicende di oggi ci faranno migliori domani.
Pasquale Parisi