Francesca ha più di ottant’anni e aveva la semplice necessità di farsi visitare dal suo medico di famiglia. A informarla che il dottore non si trovava più nel vecchio studio in centro, ma nella Casa di Comunità in località Coppitella, fuori città, è stata una vicina di casa. Quest’ultima aveva ricevuto la comunicazione via WhatsApp, una notifica digitale del tutto inaccessibile per Francesca che, come molti anziani, non possiede uno smartphone e non saprebbe comunque come consultarlo.
Sempre la vicina, fortunatamente ben informata, le ha spiegato che per raggiungere la nuova sede dei medici avrebbe dovuto prendere una navetta a piazzale Manzoni. Così, in un pomeriggio caldo e assolato di questa estate anticipata, Francesca si è incamminata a piedi da piazza Marinai d’Italia, percorrendo un chilometro sotto il sole per raggiungere il piazzale.
Arrivata lì, nessuna pensilina per ripararsi dal caldo, nessuna ombra. Chi ha progettato il servizio non ci ha pensato. Quando Francesca ci ha fermati per chiederci da dove partisse la navetta e a che ora, non abbiamo saputo risponderle. Viste le sue evidenti difficoltà e l’impossibilità di lasciarla sotto il sole calcinante, abbiamo deciso di offrirle un passaggio in auto, che lei ha accettato di buon grado.
Una volta arrivati al PPI (Punto di Primo Intervento), dove è stata istituita la Casa di Comunità, è iniziato la ricerca ad ostacoli. Non c’erano indicazioni chiare su dove fosse l’accesso. Giunti a un bivio a Y, i cartelli indicavano gli uffici a sinistra e la Casa di Comunità a destra. Abbiamo seguito la destra.
Arrivati all’ingresso principale – quella che un tempo era l’entrata del vecchio pronto soccorso – il personale infermieristico ci ha però fermati, spiegandoci che avevamo sbagliato, perchè l’accesso alla “Casa” era sul retro. Anzi, per usare le loro parole, “dietro, dietro, dietro”.
Offrendo il braccio a Francesca, abbiamo circumnavigato l’intero plesso storico, affrontato una piccola salita e svoltato l’angolo, senza scorgere alcun ingresso. Quella che ci si parava davanti sembrava piuttosto un’area di cantiere, dove sorgevano cumuli di materiale edile, generatori, cisterne e un fondo strada dissestato. Eppure, non senza meraviglia, in fondo a quel vicolo, siamo riusciti finalmente a scorgere una porta.
Entrati nell’edificio, l’orientamento non è migliorato. Un cartello recitava: “Medici di Medicina Generale Associati – Eliporto 2° piano”. Siamo saliti al secondo piano, ma degli ambulatori non c’era traccia. Solo dopo abbiamo capito che gli studi erano in realtà al primo piano. Non essendoci scritto nulla a riguardo, bisognava “intuirlo”.
Raggiunta finalmente la reception, abbiamo deciso di aspettare Francesca per riaccompagnarla a casa. Durante la visita, un altro dettaglio desolante, Francesca ha chiesto di poter chiudere la porta dell’ambulatorio per la propria privacy, ma il medico, con garbo, ha dovuto negarle la richiesta. L’aria condizionata non funzionava e l’unico modo per respirare era procedere a porte aperte.
Nell’attesa, non abbiamo potuto fare a meno di chiederci il perché di una simile, assurda approssimazione nel lancio di un servizio così importante. Dov’è la cartellonistica adeguata? Dove sono le pensiline? Ma soprattutto: perché la Casa di Comunità è stata relegata in un luogo che sembra quasi da “nascondere”, difficile da individuare e ancora più difficile da raggiungere?
La sensazione amara è che non sia stato reso un buon servizio al cittadino. La stessa Francesca, vistasi smarrita, confusa e “allontanata” dal suo medico di sempre, è apparsa profondamente sconfortata. Una tristezza infinita le si era dipinta sul volto, specchio di una burocrazia che troppo spesso si dimentica della fragilità umana.
Il Team Il Viestano
(Francesca è un nome di fantasia e la storia conserva la reale attendibilità)