Le vie di Sant’Antonio
(A cura di Marinita Denittis)
La possibile modifica del percorso della processione di Sant’Antonio a Vieste non riguarda soltanto una scelta organizzativa, ma il rapporto tra una festa religiosa, la città che la ospita e la memoria dei luoghi attraversati.
Quest’anno il tratto di Corso Tripoli è escluso dal percorso processionale. In un primo momento si era parlato di uno spostamento verso Corso Lorenzo Fazzini, strada già interessata dalle luminarie e da alcune iniziative civili della festa. Successivamente è stato precisato il nuovo tracciato: la processione attraverserà Corso Cesare Battisti, Viale XXIV Maggio, Via Trento, Via Firenze, Via Santa Maria di Merino, Via Veneto, Corso Lorenzo Fazzini e Viale Marinai d’Italia, dove è prevista la sosta presso la casa di riposo con la benedizione. Da lì proseguirà, come da tradizione, per Via Sant’Eufemia e Via Domenico Antonio Spina, per poi fare rientro a San Francesco.
Quindi la questione non può essere ridotta alle luminarie, ma quando si modifica un percorso tramandato da generazioni, sarebbe opportuno spiegare pubblicamente le ragioni della scelta, chiarire se si tratta di una decisione definitiva o temporanea, indicare il nuovo tracciato e motivare ciò che viene escluso.
Una processione non è soltanto un tragitto, perché nel tempo diventa una forma di appartenenza. Attraversa strade, case, quartieri, affacci, soglie, luoghi abitati e luoghi ormai svuotati. Si deposita nella memoria collettiva non solo per il simulacro portato in strada, ma per il modo in cui la città viene percorsa, riconosciuta e, ogni anno, simbolicamente ricucita. Il percorso processionale non è sempre stato uguale.
Nel passato, la processione saliva da San Francesco verso il Castello passando per Via Ripe,
attraversava l’area della Cattedrale e scendeva da Via Celestino, per poi tornare verso San Francesco. Dopo il crollo di alcuni tratti e per ragioni di sicurezza, il percorso avrebbe seguito altre direttrici: secondo quanto mi è stato riferito, comprendeva Via Mafrolla e Via Vesta, mantenendo ancora per un certo periodo la salita verso il Castello.
Successivamente, anche per motivi legati allo spopolamento e alla difficoltà di alcune scalinate, si sarebbe scelto un percorso più diretto verso la Cattedrale. In una fase ulteriore, il tracciato comprese anche Corso Tripoli, includendo così il borgo ottocentesco.
Pertanto la tradizione non è mai stata immobile. È cambiata nel tempo, ma non in modo arbitrario. Le modifiche sono state legate a trasformazioni urbane, condizioni di sicurezza, crolli, ampliamenti dell’abitato, nuove strade, nuovi assetti della città e memoria collettiva. Proprio per questo, anche l’eventuale modifica attuale dovrebbe essere spiegata dentro questa stessa logica, come decisione che incide su un rito comunitario.
Il legame con Corso Tripoli non è secondario. Le fonti storiche pubblicate e le ricostruzioni locali ricordano la presenza dei Frati Minori Conventuali a Vieste fin dagli inizi del XIV secolo. Il loro primo convento, intitolato a San Francesco d’Assisi, sorgeva fuori dalle mura, nella contrada dell’Allegorizia, nella parte terminale tra Via Fontana e Via Marchese, ai piedi dell’ampia scalinata che conduce a Corso Tripoli. Quel complesso fu distrutto nel 1480, durante l’incursione saracena guidata da Achmet Pascià; in seguito i frati si reinsediarono a San Francesco, riedificando sulle rovine del precedente monastero delle Clarisse, all’estremità della penisoletta. Qui occorre essere precisi. Il cosiddetto Pozzo di Sant’Antonio e la memoria di una chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate non possono essere automaticamente sovrapposti al culto di Sant’Antonio di Padova. Sono due titoli diversi, due devozioni distinte, e sarebbe improprio trasformare una suggestione topografica in continuità storica certa. Tuttavia, la presenza conventuale nell’area dell’Allegorizia, la cappella antoniana, la memoria del nome Sant’Antonio e il successivo radicamento della confraternita nella chiesa dei Conventuali compongono un quadro che non può essere liquidato come irrilevante.
La processione di Sant’Antonio, dunque, si muove dentro una stratificazione più ampia: il primo insediamento francescano fuori le mura, la distruzione del 1480, il trasferimento dei frati a San Francesco, la crescita del borgo ottocentesco, l’inclusione delle nuove strade nel percorso processionale. Corso Tripoli, in questa lettura, non è soltanto una strada aggiunta per comodità, ma una soglia urbana che intercetta una memoria religiosa, topografica e conventuale più antica.
Non voglio ignorare le motivazioni organizzative indicate dal Comitato. È stato spiegato che Corso Tripoli, soprattutto nel primo tratto, presenta oggi criticità evidenti: scarsa presenza abitativa, illuminazione non adeguata nonostante interventi recenti, presenza di scale e difficoltà per i fedeli e per gli addetti alla processione. È stato anche osservato che molti partecipanti abbandonavano il corteo all’incrocio con Via Santa Maria di Merino, per riprenderlo più avanti, nella parte bassa. Sono elementi che meritano considerazione. Una processione deve essere sicura, ordinata, partecipata; non può trasformarsi in un percorso faticoso o rischioso solo per fedeltà formale a una consuetudine.
Proprio queste motivazioni, però, spostano la questione su un piano più ampio. Se Corso Tripoli viene evitato perché poco abitato, scarsamente illuminato o non più agevole per sostenere un rito collettivo, allora il problema non riguarda soltanto il tragitto del Santo, ma lo stato di quella parte di città.
Non parliamo di una strada marginale. Corso Tripoli è uno degli assi riconoscibili del borgo ottocentesco, una porzione decisiva dell’identità urbana di Vieste: più recente rispetto al nucleo medievale, certo, ma non per questo meno importante. Anzi, proprio perché meno monumentalizzata e più esposta agli interventi ordinari, avrebbe bisogno di una cura costante: manutenzione, illuminazione, qualità degli spazi pubblici, attenzione agli affacci, recupero della funzione abitativa.
La domanda, quindi, non può ricadere soltanto sul Comitato, che si trova a gestire problemi concreti di sicurezza e partecipazione. Riguarda anche l’amministrazione della città, le politiche urbane, la capacità di non lasciare svuotare pezzi interi del tessuto cittadino. Non basta tutelare ciò che appare antico in modo evidente; occorre riconoscere anche quelle parti della città che raccontano la sua crescita moderna e che oggi rischiano di diventare semplici zone di passaggio, prive di una progettazione capace di includerle.
Una processione non risolve lo spopolamento di una strada. Però può renderlo evidente, mostrando, più di molti discorsi, quali luoghi restano dentro una trama viva di presenze, relazioni e consuetudini, e quali invece stanno scivolando ai margini. In questo senso, l’eventuale esclusione di Corso Tripoli può anche essere comprensibile sul piano organizzativo, ma proprio per questo non dovrebbe chiudere la discussione.
Dovrebbe aprirla. Perché se una strada storicamente centrale diventa troppo vuota o troppo buia per accogliere una processione, il problema urbano resta, e andrebbe affrontato come tale.
Sarebbe quindi utile chiarire, prima di modificare stabilmente il percorso, se l’illuminazione pubblica sia effettivamente insufficiente e se non possa essere potenziata per l’occasione, come spesso accade per altri eventi cittadini. Allo stesso modo, andrebbe precisato se il passaggio delle scale costituisca un rischio concreto, oppure se possa essere gestito con un presidio più ordinato, con misure temporanee di sicurezza o con una piccola deviazione capace di conservare almeno in parte il tracciato tradizionale.
Se il problema sono le scale, a mio avviso, la questione diventa ancora più delicata. In una città come Vieste i dislivelli, le rampe, le scalinate, i passaggi stretti non sono eccezioni: sono parte della struttura urbana. Se ogni difficoltà morfologica dovesse tradursi automaticamente in un’esclusione, dovremmo chiederci se in futuro i cortei, le processioni e le manifestazioni pubbliche finiranno per evitare progressivamente proprio quei luoghi che più di altri raccontano la città.
Naturalmente la sicurezza viene prima, ma sicurezza non può significare in modo automatico semplificazione del percorso e abbandono dei tratti più complessi. Solo quando gli accorgimenti possibili vengono valutati e risultano insufficienti, una modifica stabile diventa davvero comprensibile. Altrimenti il rischio è che la città venga percorsa solo dove è più comoda, più larga, più illuminata, più facilmente gestibile. E piegare le processioni alle sole logiche della fruizione, della visibilità, delle attrattive turistiche o della comodità rischia di impoverirne il significato.
Sant’Antonio, a Vieste, non appartiene soltanto alla chiesa di San Francesco o al giorno del 13 giugno. Appartiene a una rete di luoghi: il promontorio di San Francesco, il centro storico, la Cattedrale, le strade del borgo, le memorie conventuali. Ogni modifica del percorso incide su questa rete. Può essere necessaria, può essere motivata, può perfino essere giusta. Ma non dovrebbe avvenire senza una spiegazione pubblica e senza un minimo di ricostruzione storica. Anche le processioni sono archivi vivi.