
di Marinita Denittis
Nel commentare la vicenda giudiziaria che coinvolge Giuseppe Nobiletti e Grazia Maria Starace, il direttore del L’Attacco nel suo ultimo video ha richiamato più volte il tema della reputazione. Tra gli elementi portati a sostegno della credibilità politica dei due amministratori vi è anche la loro appartenenza alla stagione dell’antiracket viestano, quella che tra il 2007 e il 2009 vide nascere a Vieste la prima associazione antiracket della provincia di Foggia.
Questo passaggio riguarda una pagina importante della storia recente della città e merita di essere raccontato nel merito.
Il processo “Medioevo” riguarda una stagione durissima di Vieste, compresa tra il 2006 e il 2010, segnata dal cosiddetto racket della guardiania: l’imposizione di custodi a campeggi, lidi, villaggi turistici e strutture ricettive, spesso accompagnata da incendi, danneggiamenti, intimidazioni e pressioni dirette.
Dopo una serie di attentati contro imprenditori locali, tra il 2008 e il 2009 alcuni cittadini decisero di non limitarsi più a denunce generiche, ma di indicare fatti, pressioni e responsabilità. Da quella reazione nacque anche l’esperienza dell’Associazione Antiracket Vieste, collegata alla FAI. Come ha ricostruito Vittoria Vescera in audizione parlamentare, vennero prima le denunce, poi l’associazione, poi i processi.
L’operazione “Medioevo” scattò il 14 aprile 2011, con arresti eseguiti dai Carabinieri. Gli indagati erano accusati, a vario titolo, di estorsione, ricettazione, droga e altri reati. Inizialmente venne contestata anche l’aggravante mafiosa.
Il processo iniziò nel gennaio 2012. Fu definito da Repubblica un processo “storico”, proprio per il numero di denunce e per il fatto che molti titolari di strutture turistiche avevano deciso di parlare. In aula era presente anche Tano Grasso, figura nazionale dell’antiracket.
Nel 2014 arrivò la sentenza di primo grado: cinque condanne e due assoluzioni, senza il riconoscimento dell’aggravante mafiosa per gli imputati. Il punto centrale restava però confermato: l’esistenza di un sistema di taglieggiamento nei confronti di imprenditori e operatori turistici viestani.
La vicenda arrivò poi fino in Cassazione. Nel 2019, la Suprema Corte chiuse definitivamente una parte del processo: Marco Raduano fu condannato a 7 anni e 1 mese per estorsione e ricettazione; altri imputati furono condannati per tentativi di estorsione e ricettazione.
Un dato è particolarmente importante, nella sentenza Cassazione n. 26010/2019 compaiono tra le parti civili l’Associazione Antiracket Vieste, la FAI – Federazione Italiana Antiracket, il Commissario Straordinario del Governo, il Ministero dell’Interno, il Comune di Vieste, all’epoca guidato dall’amministrazione di Ersilia Nobile, e diversi cittadini: Giuseppe Vescera, Vincenzo Troia, Ignazio Rollo, Maurizio Di Marzio, Nadia Di Marzio e Natale Denittis.
Quest’ultimo è mio padre ed è per questo motivo ascolto sempre con particolare attenzione quando quella stagione viene richiamata nel dibattito pubblico.
Perché la storia dell’antiracket è una storia reale, fatta di persone reali e, soprattutto, di paure reali, non è una metafora o un simbolo astratto.
È la storia di imprenditori che hanno subito intimidazioni e di cittadini che hanno denunciato. Di persone che hanno testimoniato senza fare clamore di se stessi. Di famiglie che hanno vissuto momenti, le assicuro, difficili. Di uomini e donne che hanno deciso di esporsi pubblicamente quando non era affatto scontato farlo.
Ed è qui che forse occorre una precisazione. Nel video si afferma che Nobiletti e Starace “nascono” da quella stagione. Ciò è vero sul piano politico e culturale, quella vicenda ha certamente contribuito a formare una parte della classe dirigente che sarebbe arrivata negli anni successivi, ma la storia dell’antiracket non coincide con la storia politica di chi ne è venuto dopo. Sono due cose diverse. Una riguarda le denunce, le testimonianze, il processo Medioevo e le persone che vi parteciparono direttamente. L’altra riguarda i successivi percorsi amministrativi e politici, che possono essere valutati positivamente o negativamente dai cittadini.
Confondere questi due piani rischia di produrre un equivoco, l’antiracket non ha mai distribuito certificati permanenti di legalità. Ha rappresentato una stagione civile importante, alla quale parteciparono persone diverse che negli anni successivi hanno seguito percorsi personali, professionali e politici differenti. Per questo, Direttore, la memoria dell’antiracket merita rispetto. E il rispetto passa anche dalla precisione storica. Non tutto ciò che nasce attorno a una stagione civile diventa automaticamente legalità.
La legalità non si eredita e non è un’etichetta. Non si acquisisce per vicinanza e non resta attaccata addosso per sempre perché si è partecipato, direttamente o indirettamente, a una stagione importante della vita cittadina.
La legalità si misura ogni giorno. Nelle scelte pubbliche, nei comportamenti, nella trasparenza, e nella capacità di rispettare le stesse regole che si chiedono agli altri.