Per i cittadini meno giovani il borgo ottocentesco è un rione che evoca atmosfere nostalgiche del passato, dove la gente verace che lo popolava sentiva un senso di appartenenza autentico e fiero. Oggi non ha più quella struttura sociale e umana, è notevolmente cambiato. Ha lasciato, nella maggior parte dei casi, il posto a residenze estive e turistiche. Anche architettonicamente ha perso nel tempo la sue peculiarità, trasformandosi in qualcosa che potremmo definire…un’occasione persa.
Circa quest’ultimo aspetto, il focus dell’architetto Marinita Denittis ci aiuta a capire perché:
“A volte mi chiedono perché parlo poco del borgo ottocentesco.
Non è perché lo consideri meno importante, anzi, in molte città italiane i quartieri ottocenteschi sono oggi tra le parti più vivibili e attrattive del tessuto urbano. Hanno strade più ampie, sono più percorribili, più accessibili, più adatti alla presenza di negozi, caffè, locali e servizi. Offrono una relazione diversa tra edifici e spazio pubblico, spesso più compatibile con la vita contemporanea rispetto ai centri medievali, più compatti e più difficili da adattare a certi usi.
A Vieste, però, questa potenzialità è stata in larga parte compromessa. Il borgo ottocentesco non è stato semplicemente trasformato: è stato progressivamente alterato fino a perdere molte delle caratteristiche che lo rendevano leggibile e funzionale.
Ampliamenti, sostituzioni, materiali incongrui, portali modificati, aperture non in asse, varchi improvvisati, ballatoi e scale di accesso dilatati fino a occupare porzioni sproporzionate dello spazio pubblico. In alcuni casi non si tratta più di semplici elementi di servizio, ma di vere appropriazioni dello spazio comune: due, tre, quattro metri sottratti alla strada, come se ognuno avesse interpretato la facciata e il marciapiede come un’estensione privata.
Ecco, il nostro borgo ottocentesco lo associo soprattutto a una parola: libertà. Una libertà larghissima, generosa, quasi commovente. La libertà di aprire dove capita, chiudere come si può, allargare se serve, sopraelevare se conviene, cambiare materiale, colore, proporzione, quota, infisso, soglia, scala, ringhiera. Una libertà così piena da somigliare molto all’anarchia.
Il risultato è un tessuto disomogeneo, dove le regole originarie si sono perse quasi del tutto. Non siamo davanti a un centro storico compatto da preservare come sistema unitario, ma a una parte urbana fragile, dove le tracce ottocentesche esistono ancora, però appaiono sommerse da interventi casuali, stratificati, spesso incoerenti. Non basta rifare una strada, mettere un lastricato nuovo o sistemare una pavimentazione per nobilitare davvero un quartiere che avrebbe avuto bisogno, nel tempo, di una tutela più seria. Il decoro superficiale può migliorare l’immagine, ma non ricostruisce una grammatica urbana perduta.
Dire che non si può tornare indietro, in questo senso, è realistico. Alcune trasformazioni sono ormai consolidate e difficilmente reversibili. C’è poco da salvare, o meglio: c’era molto da salvare prima”.
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