A Vieste ogni estate la città si riempie di luci, presenze, numeri apparentemente da record, post celebrativi sul turismo. Il racconto è quello di un luogo che cresce, che funziona, che attrae. Il ritratto di una città “in salute”.
Ma come si misura davvero lo stato di salute di una città?
Se per un attimo non ci lasciassimo abbagliare e guardassimo negli angoli, quelli ignorati, lasciati in ombra, emergerebbe una realtà diversa. I dati demografici degli ultimi anni parlano chiaro: la popolazione diminuisce, le nascite calano, l’età media cresce. Nel 2023, a fronte di poco più di cento nascite, si registrano oltre centosessanta decessi. Il saldo naturale è negativo, e lo è da tempo (fonte ISTAT).
E poi c’è un elemento meno visibile, ma decisivo: una parte dei residenti esiste soprattutto sulla carta. Sono i cosiddetti “finti residenti”, fra cui proprietari di prime e seconde case, nuclei familiari, che spostano formalmente la residenza per ragioni fiscali o amministrative, persone che abitano la città solo per brevi periodi dell’anno.
Questo contribuisce a calmierare la comunque sconfortante implosione demografica, ma solo sulla carta!, La percezione della realtà è distorta anche da questo fenomeno. Perché una cosa è essere residenti, un’altra è vivere quotidianamente un luogo.
Il risultato è una città che nei registri sembra essere in linea con il calo demografico che interessa tutta l’Italia, ma concretamente si svuota più degli altri, anche dei centri limitrofi più rurali, nonostante la nostra economia turistica ben intonata.
Nel frattempo, chi può se ne va. Giovani che cercano lavoro altrove, studenti che non tornano, famiglie che scelgono contesti più dinamici o semplicemente più sostenibili. E chi resta sa che mettere su famiglia è una scelta sempre più complessa.
Non è solo una questione di numeri. È una questione di equilibrio sociale.
L’età media cresce e con essa il bisogno di servizi, soprattutto sanitari. Ma mentre aumenta la domanda, l’offerta fatica a tenere il passo: meno presidi, più difficoltà, più spostamenti per curarsi.
Negli ultimi anni emergono anche segnali di disagio che una comunità piccola non può permettersi di ignorare. Indicatori fragili, spesso taciuti, che raccontano una fatica diffusa nel vivere quotidiano.
E intanto cambia anche la funzione stessa della città.
Il mercato immobiliare si orienta sempre più verso le seconde case. Non più case per i cittadini, ma case per turisti. E’ in atto un cambio progressivo dei cittadini residenti con cittadini part time e benestanti. I servizi pubblici vengono calibrati su una popolazione che non corrisponde a quella reale. Le scuole vedono diminuire gli iscritti. L’economia resta fortemente legata a una stagionalità che si accentua.
Si crea così un paradosso: mentre i numeri ufficiali rallentano la percezione del declino, la città reale lo vive ogni giorno.
La possiamo considerare una Comunità in salute?
Vieste sta diventando una città o sta diventando solo una destinazione?
Perché una città vive dodici mesi l’anno. Ha bisogno di continuità: di lavoro, di relazioni, di servizi, di presenza. Ha bisogno di persone che non siano solo di passaggio, ma che costruiscono un futuro.
Il turismo è una risorsa fondamentale e non va messo in discussione. Ma se diventa l’unico orizzonte, il rischio è quello di costruire un luogo sempre più perfetto per chi arriva… e sempre più difficile per chi resta.
Forse è il momento di iniziare a parlarne davvero.
Mi viene in mente un fortunato spot politico di 10 anni fa, che invitava i cittadini a non nascondere la testa sotto la sabbia e ad alzarla. Ecco credo che alzare la testa non basti, occorre anche non girarla.
– Pasquale Parisi