• prezzi elevati
• qualità dei servizi
• traffico
• difficoltà di accesso
• cambiamenti climatici
• ondate di calore
• erosione delle spiagge
• trasformazioni del paesaggio,
insieme alla
•crescente concorrenza di altre destinazioni.
Ma forse c’è anche un elemento più profondo, culturale e sociologico, che merita di essere osservato:
STA CAMBIANDO IL RAPPORTO DI UNA PARTE DEI TURISTI CON IL MODELLO TRADIZIONALE DELLA SPIAGGIA ATTREZZATA?
Non significa sostenere che sia in corso un vero e proprio boicottaggio degli stabilimenti balneari.
Non ci sono, almeno per ora, elementi sufficienti per affermarlo.
È però plausibile che una parte dei viaggiatori stia sviluppando una PREFERENZA CRESCENTE per un TURISMO
– PIÙ NATURALE
– MENO COSTOSO
– MENO STANDARDIZZATO.
Sempre più persone sembrano interrogarsi sul significato delle spiagge libere, delle concessioni balneari e dell’accesso a un bene che, prima ancora di rappresentare una risorsa economica, appartiene al patrimonio pubblico e naturale del Paese.
Potrebbe trattarsi di una scelta individuale e quasi inconsapevole: cercare spiagge più libere, luoghi meno artificializzati, paesaggi ancora integri, esperienze percepite come più autentiche e destinazioni nelle quali l’accesso al mare non sia continuamente mediato da file di ombrelloni, strutture e servizi a pagamento.
IL GARGANO E IL VALORE DELLA NATURALITÀ
Per il Gargano questa riflessione assume un’importanza particolare.
Il valore della destinazione non risiede soltanto nel mare, ma nell’insieme costituito da
– costa,
– vegetazione mediterranea,
– biodiversità,
– paesaggi,
– dune
– aree naturali.
È proprio questa combinazione a rappresentare uno dei suoi principali vantaggi competitivi.
Il rischio, quindi, è paradossale: trasformare progressivamente in prodotto turistico standardizzato ciò che rendeva quella destinazione diversa dalle altre.
Una costa sempre più edificata, artificializzata e commercializzata potrebbe perdere proprio quelle caratteristiche che spingono un turista a scegliere il Gargano invece di una località balneare qualsiasi.
Il problema non è necessariamente lo stabilimento in sé. La responsabilità non può essere attribuita automaticamente a ogni singolo concessionario.
Il tema riguarda piuttosto il modello complessivo di antropizzazione della costa e il modo in cui
– infrastrutture,
– urbanizzazione,
– servizi turistici
– tutela ambientale
vengono messi in equilibrio.
Le dune, per esempio, sono un importante habitat naturale e paesaggistico tutelato a livello europeo, fondamentali perché costituiscono una:
1. BARRIERA NATURALE: Proteggono la costa dall’erosione marina, dalle mareggiate e dai venti salati;
2. RISERVA DI SABBIA: Cumulano e rilasciano sabbia per alimentare l’arenile durante i periodi di deficit sedimentario.
3. TUTELA DELL’ENTROTERRA: Difendono i terreni e le coltivazioni interne dall’impatto della salsedine.
Lo stesso vale per le PRATERIE di POSIDONIA OCEANICA, che sono un habitat naturale prioritario di conservazione. Sono protette a livello europeo dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE) con il codice numerico 1120 (praterie di Posidonia – Posidonion oceanicae):
– DIFESA COSTIERA: le fronde e i depositi di foglie spiaggiate, che costituiscono un habitat chiamato BANQUETTE, proteggono le coste dall’erosione.
– AREE PROTETTE: la loro tutela prevede l’istituzione di Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone Speciali di Conservazione (ZSC).
L’EROSIONE DELLA COSTA PUÒ ESSERE SOLAMENTE ATTRIBUITO AGLI STABILIMENTI BALNEARI?
L’erosione è il consumo della spiaggia o della roccia da parte del mare che avanza, che riduce lo spazio della spiaggia.
Questo fenomeno non può essere attribuito semplicemente agli stabilimenti balneari.
Entrano in gioco:
– l’alterazione dell’apporto di sedimenti dai fiumi,
– le opere portuali e marittime,
– l’urbanizzazione,
– le infrastrutture costiere,
– i fattori meteoclimatici.
Per questo sarebbe più corretto parlare di ECCESSIVA O CATTIVA ARTIFICIALIZZAZIONE DELLE COSTE, che in alcuni casi può comprendere anche determinate forme di organizzazione degli stabilimenti, e del suo possibile contributo alla degradazione degli ecosistemi, e alla maggiore vulnerabilità dei litorali.
QUANDO LO STABILIMENTO NON È PIÙ SINONIMO DI SVILUPPO
Per decenni il modello dominante è sembrato quasi scontato:
SPIAGGIA NATURALE → CONCESSIONE → STABILIMENTO → SVILUPPO TURISTICO.
Oggi, però, una parte dell’opinione pubblica potrebbe iniziare a ragionare in modo diverso:
SPIAGGIA NATURALE → BENE COMUNE → ECOSISTEMA DA PROTEGGERE → VALORE TURISTICO
proprio perché non completamente trasformato.
È un cambiamento culturale importante.
Per molti turisti lo stabilimento balneare non rappresenta più automaticamente un miglioramento della qualità dell’esperienza.
Per alcuni può essere un servizio utile e desiderabile; per altri, invece, l’eccessiva presenza di strutture, i costi e la progressiva commercializzazione della spiaggia possono diventare elementi che spingono verso altre destinazioni.
Questo cambiamento potrebbe essere particolarmente significativo in una fase in cui cresce l’attenzione verso
– la sostenibilità,
– il consumo consapevole,
– il costo delle vacanze,
– la ricerca di esperienze considerate più autentiche.
Anche le polemiche sulle concessioni balneari possono contribuire a modificare la percezione del fenomeno. La lunga vicenda italiana legata alla cosiddetta DIRETTIVA BOLKESTEIN, alle proroghe e alle procedure di assegnazione delle concessioni ha portato il tema dell’uso delle spiagge pubbliche al centro del dibattito politico e sociale.
Il problema, però, non dovrebbe essere ridotto alla semplice contrapposizione tra “balneari” e “spiagge libere”.
La questione più importante è come costruire un sistema capace di tenere insieme
– accesso pubblico al mare,
– tutela ambientale,
– qualità dei servizi,
– sostenibilità economica,
– trasparenza nell’assegnazione delle concessioni.
Sostituire semplicemente un gestore con un altro non sarebbe sufficiente se il modello complessivo rimanesse invariato.
UNA POSSIBILE RIVOLUZIONE SILENZIOSA?
Da qui nasce l’ipotesi più interessante.
Forse non esiste una “rivolta contro i balneari” nel senso tradizionale del termine.
Potrebbe invece essere in corso qualcosa di molto più silenzioso:
UN CAMBIAMENTO NELLE PREFERENZE.
Un turista che sceglie una spiaggia libera invece di uno stabilimento non sta necessariamente protestando.
Una famiglia che cerca una destinazione meno costosa non sta necessariamente contestando il modello turistico. Una persona che preferisce un tratto di costa naturale a una distesa di ombrelloni potrebbe semplicemente cercare un’esperienza diversa.
Ma milioni di scelte individuali possono, nel tempo, produrre un cambiamento collettivo.
È quindi plausibile che una parte dei turisti preferisca oggi:
– spiagge libere o meno artificializzate;
– paesaggi costieri maggiormente integri;
– vacanze meno costose;
– esperienze percepite come più autentiche;
– destinazioni nelle quali l’accesso al mare sia più semplice e meno mediato da servizi a pagamento.
Questo non significa, però, che si possa già affermare che il calo del turismo nel Gargano sia causato da questa trasformazione culturale.
Per dimostrarlo servirebbero dati specifici:
– sondaggi sulle motivazioni dei turisti,
– confronti tra località caratterizzate da maggiore presenza di spiagge libere e località dominate dagli stabilimenti,
– analisi dei prezzi, delle presenze e delle destinazioni alternative scelte da chi decide di non andare nel Gargano.
Senza questi dati, parlare di “rivolta silenziosa” resta un’ipotesi suggestiva, non una conclusione dimostrata.
IL VERO RISCHIO PER IL GARGANO
La tesi più solida, forse, è un’altra.
Un territorio naturale può perdere attrattività proprio quando cerca di trasformarsi troppo in un prodotto turistico standardizzato.
Se una destinazione costruisce la propria identità sulla natura, sul paesaggio e sull’autenticità, ma contemporaneamente tende a rendere la costa sempre più costosa, affollata, artificializzata e commercializzata, rischia di indebolire il proprio principale vantaggio competitivo.
Il turista, infatti, non sceglie necessariamente una destinazione soltanto per ciò che offre in termini di servizi.
LA SCEGLIE ANCHE PER CIÒ CHE CONSERVA.
ED È QUI CHE IL GARGANO DOVREBBE INTERROGARSI.
Il futuro del turismo potrebbe non dipendere dalla quantità di ombrelloni, stabilimenti o strutture che riuscirà ad aggiungere alla propria costa, ma dalla capacità di conservare quelle caratteristiche naturali che rendono il territorio riconoscibile e desiderabile.
Forse, dunque, il vero cambiamento non è soltanto nel numero dei turisti.
È NEL LORO SGUARDO.
E quella che oggi appare come una semplice flessione delle presenze potrebbe essere, almeno in parte, il sintomo di una trasformazione più ampia: non necessariamente la fine del turismo balneare tradizionale, ma la crescente consapevolezza che più sfruttamento, più cemento e più occupazione commerciale della costa non significano automaticamente più turismo e più sviluppo.
Per il Gargano, la sfida potrebbe essere esattamente questa: capire se il proprio futuro turistico debba consistere nel diventare sempre più simile alle altre destinazioni balneari oppure nel valorizzare ciò che, ancora oggi, lo rende diverso.
Rosa Di Terlizzi