
(RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO)
C’è una scena, in È stata la mano di Dio di Sorrentino, in cui Capuano urla al giovane Fabietto una delle frasi più belle del cinema italiano recente: “Non ti disunire”. Non è un consiglio tattico, è una visione del mondo. Si può perdere, si può soffrire, si può persino sbagliare, ma non ci si disunisce. Mai.
Ecco. Vieste, negli ultimi mesi, si è disunita. E lo ha fatto, questo è il capolavoro, nel momento di massimo splendore della sua storia recente.
Facciamo un passo indietro. Vieste è oggi una delle principali località turistiche a livello nazionale. Non lo dico da tifoso, lo dicono i numeri, le classifiche delle presenze, gli investimenti. Un paese che fino a qualche decennio fa era una perla depredata probabilmente da un’inadeguata classe dirigente, oggi è diventata una destinazione che compete con realtà ben più blasonate. Merito di imprenditori coraggiosi? Assolutamente sì. Ma merito anche, va detto senza mezzi termini, di due mandati amministrativi che hanno cambiato la faccia del paese: opere pubbliche, eventi estivi di richiamo, una visione. Un’amministrazione talmente convincente che alle ultime elezioni non si è presentata un’opposizione degna di questo nome. Perché sfidare chi sta vincendo 4 a 0?
E qui, come in ogni buona tragedia greca travestita da commedia pugliese, comincia il problema.
Perché governare senza opposizione è come giocare a tennis senza rete, prima o poi ti convinci che ogni tua palla sia dentro. L’assenza di contraddittorio ha lentamente trasformato il consenso in rendita, e la rendita, si sa, dà alla testa.
Poi è arrivato persino il momento del riscatto a livello regionale. Due validissime amministratrici viestane elette al Consiglio regionale, e una di loro nominata assessore al Turismo della Puglia. Va rimarcato, per chi non ne avesse contezza, che l’assessorato al Turismo di una delle regioni più turistiche d’Italia è stato affidato a una viestana. Per un territorio che da sempre lamenta, giustamente, una politica regionale baricentrica e salentocentrica, era il riconoscimento che il Gargano aspettava da decenni, ossia che quello che Vieste ha costruito nel turismo vale una delega regionale. È del tutto ovvio come questa ascesa viestana nello scacchiere della politica regionale abbia subito infastidito tutti coloro che hanno sempre considerato Vieste e tutto il Gargano una periferia da dominare. E cosi le rive del fiume si sono presto affollate di detrattori impazienti, seduti ad aspettare il primo scivolone di chi ce l’aveva fatta.
Purtroppo, come è noto, il riscatto è durato poco. Sono arrivate le vicende giudiziarie che hanno coinvolto la giunta viestana (sindaco incluso), le dimissioni dell’assessore Starace, e su tutto questo sarà la magistratura, e solo la magistratura, a fare chiarezza. Non è compito di questo articolo e di nessuno articolo assolvere o condannare qualcuno, chi scrive non è un giudice e il garantismo non è un optional che si applica solo a chi ha la stessa fede politica.
Ma c’è una cosa su cui la magistratura non potrà mai pronunciarsi, ed è il comportamento di una comunità. Perché a Vieste, alla notizia dell’indagine, non è calato il silenzio prudente di chi aspetta di capire. È partita la festa. Il tam-tam dei bar, i commenti sui social, quel sottile godimento paesano che in italiano si può sintetizzare così: la (pusillanime) gioia per la disgrazia altrui. Avevamo un assessore regionale al Turismo, noi, il paese del turismo, e abbiamo esultato alle sue dimissioni come si esulta a un gol nel derby contro la nostra stessa squadra.
Nessuna comunità seria festeggia la caduta di un proprio rappresentante prima ancora di conoscere i fatti. Le comunità serie, semmai, si preoccupano. Perché sanno che quella poltrona persa non era di una persona, era del territorio. E il territorio, mentre affilava i coltelli dell’invidia, si è ritrovato senza.
Sia chiaro, la classe dirigente locale la sua parte di responsabilità ce l’ha. Chi amministra un successo così grande ha un dovere in più, quello che i latini attribuivano alla moglie di Cesare: non basta essere onesti, bisogna anche apparirlo, cioè essere sempre al di sopra di ogni minimo sospetto, ogni giorno.
Il potere prolungato e senza contrappesi tende a far dimenticare che si è parte di una comunità variegata, non proprietari di un feudo ben gestito. E quando ci si dimentica di questo, si offre il fianco. Anzi, si dà adito agli sciacalli, che infatti sono arrivati puntuali, con un accanimento mediatico senza eguali che aveva il sapore dell’agguato lungamente atteso più che della cronaca. Abbiamo assistito alla pubblicazione di libelli infamanti su noti quotidiani che sembravano esposti degni di un PM.
Ma gli sciacalli fanno il loro mestiere. È la comunità che ha sbagliato mestiere.
Perché il rischio, ora, è che tutto il lavoro di questi anni venga travolto non dalle inchieste, che faranno il loro corso, ma da questo autolesionismo antico, questa incapacità tutta nostra di fare squadra che riemerge puntuale ogni volta che uno di noi arriva in alto. Come se il successo di un viestano fosse sempre, in qualche modo, un torto fatto agli altri viestani.
Vieste ha dimostrato di saper vincere. Deve ancora dimostrare di saper essere una comunità.
Non ti disunire, Vieste. Il campionato è ancora lungo, e le mani di Dio, da queste parti, non passano due volte.
Un emigrato viestano